Falsi d’autore: una questione che ci fa riflettere sul significato dell’arte

di | 13/10/2012

Siamo ancora alla scuola dell’obbligo quando diventano parte del nostro programma di studi, per lo meno per qualche anno (anche se, a dirla tutta, poche volte le consideriamo fra le materie più importanti) anche la Storia dell’Arte e l’Educazione Artistica: entrambe concorrono, sicuramente, a costruire il nostro punto di vista sull’Arte e su cosa esattamente essa sia. Nonostante però si tratti di un’opinione decisamente personale, c’è una situazione nella quale quasi tutti sono concordi nell’esprimere un pensiero, se non di riprovazione, quantomeno di perplessità e disapprovazione: ed è quella in cui incontriamo dei falsi d’autore. Uno dei pochi punti più o meno universali nell’insegnamento del concetto di arte, oggi, è proprio che l’arte abbia alla base l’unicità, e che per questo motivo l’idea di “copia” e quella di arte non siano neppure vagamente compatibili. D’altra parte, è questa la visione oggigiorno più diffusa a livello di critica e di mercato: che però le cose siano sempre state così è un grosso malinteso, che deve essere a tutti i costi evitato. Studiando un poco la vera storia dell’arte, possiamo ricevere grosse sorprese, anche da parte di nomi decisamente insospettabili fra i più grandi artisti che conosciamo.

Se infatti oggi sia i critici, che il mercato dell’arte, che se vogliamo perfino il pubblico generico vedono l’arte come un’impresa primariamente fatta di attimi unici, e soprattutto di figure uniche, dove è quindi il nome, l’identità dell’artista ad accordare uno specifico valore all’opera d’arte in questione, che sia pittorica o scultorea, non dobbiamo pensare che questa sia sempre stata l’ottica dominante. Per una lunghissima parte della Storia, la figura dell’artista e quella dell’artigiano, che ai nostri occhi appaiono tanto distinte, furono in sostanza sovrapposte, e all’unicità dell’opera si preferì, come principio, la perizia con cui era eseguita. È chiaro come, in questa visione, la copia non solo non sia così condannabile, ma diventi addirittura un momento indispensabile della formazione dell’artista, un esercizio per ottenere la competenza e l’abilità del maestro da cui sta copiando. E infatti, nella storia delle copie d’autore, troviamo nomi che forse ci potevano sembrare insospettabili:

Michelangelo, per molti l’artista per antonomasia, crebbe artisticamente, da giovane, alla corte di Lorenzo il Magnifico, copiando le statue classiche e le opere di Masaccio che la adornavano; una volta cresciuto, è perfino risaputo che scolpì, per un acquirente appassionato di statue antiche, un Cupido che poi trattò con terre acide, vendendoglielo con successo come antichissimo;

Peter Paul Rubens, il famoso maestro fiammingo, aveva una vera devozione per gli artisti del Rinascimento, ed era solito alternare ai propri dipinti delle copie delle opere che più amava; la stessa “Battaglia di Anghileri” di Leonardo da Vinci che possiamo apprezzare oggi è in realtà una sua copia, dato che l’originale è andato irrimediabilmente perso;

Tiziano Vecellio, il maestro veneziano famoso per il suo personalissimo uso del colore, realizzò una copia di un “Ritratto di Giulio II” niente meno che di Raffaello – copia che ancor adesso ammiriamo, esposta a Firenze, a Palazzo Pitti.