Buffi dialoghi con l’ufficio Stampa

di | 10/09/2012

Quando si tratta dell’interazione fra giornalista e ufficio stampa, Milano Roma Napoli e tutte le altre grandi città d’Italia non sono poi tanto diverse: da un lato il reporter cerca notizie di reale attrattiva da poter diffondere in un proprio articolo, dall’altro il lavoro dell’addetto ufficio stampa – che fa di solito parte dei reparti di una grande azienda, o per essa lavora (come fa spesso Altrapagina, un’agenzia specializzata) come consulente esterno – è quello di saper scorgere nella massa di dati relativi alle azioni dell’Azienda lo spunto, la chiave, perché da semplici fatti diventino notizie, e quindi di interesse per il giornalista. Proprio per questo è importantissimo, nel momento in cui ci si rivolge ad un ufficio esterno o si sceglie il responsabile per il proprio, prestare grande attenzione alla persona a cui si affida questo compito, o si rischia di finire fra le mani di personaggi improvvisati, incapaci di portare avanti il lavoro loro affidato e pronti a fraintenderlo, con gaffe che, a posteriori, possono perfino risultare buffe. Leggete, qualcuno di questi casi veri di gaffe da ufficio stampa trovati girando per internet, e pensate che potrebbero capitare a voi…

1)Addetto stampa: “Buongiorno, vorremmo proporle un articolo su quest’azienda”

Giornalista: “Ma qual è la notizia?”

A.S. “Nessuna: vorremmo un’intervista per parlare delle caratteristiche dell’azienda.”

Vale a dire, in breve, “Non abbiamo la notizia, ma abbiamo un bisogno estremo che si parli di noi, e una voglia parimenti estrema di non pagare niente per fare della pubblicità di qualsiasi tipo”.

Un giornalista pubblica notizie, non fa pubblicità gratuita. E questo è ancora più ovvio se ci fermiamo a pensare che il suo giornale la pubblicità sulle proprie pagine la vende, e quindi non ha motivo di regalarla. Non chiediamo l’impossibile, o almeno non facciamolo in modo tanto palese.

2) Addetto stampa: “Potremmo dare un’occhiata al titolo?”

Rispetto al caso passato, che era comico e perfino bambinesco nella sua generale assurdità, qui siamo davanti ad un comportamento più subdolo e, francamente, più scortese. La persona in questione sta cercando di posizionarsi come filtro, come giudice, del lavoro del giornalista – che valuterà chiaramente secondo i canoni di utilità alla sua azienda. Ma i canoni del giornalista, lo abbiamo detto, non sono questi, e non è il suo mestiere scrivere un titolo che piaccia a noi. Non stiamo parlando – ed è fondamentale capirlo – di una pubblicità, della quale potremmo sicuramente criticare la headline.

3) da una mail di un addetto stampa: “ Ci terremmo che identificasse l’intervistato esattamente come abbiamo scritto nella mail”.

Nella mail in discussione c’erano, approssimativamente, una trentina di righe contenenti tutti i titoli, le qualifiche, e le posizioni passate e presenti ricoperte dall’intervistato. Oltre ad una certa dose di presunzione nel cercare di strappare al giornalista (che, ricordiamolo l’ultima volta, non scrive per NOI, ma per i suoi lettori) l’inserimento di dati affatto pertinenti con il tema dell’intervista, qui si rivela una profonda ignoranza delle regole più basilari della scrittura, non solo giornalistica. Come si può aspettarsi che in un articolo, o in un’intervista, un giornale pubblichi trenta righe di titoli e qualifiche dell’intervistato? Nessun lettore le degnerebbe di uno sguardo. Un addetto stampa può anche non essere un giornalista, ma è bene che studi almeno i rudimenti delle regole che governano questo mestiere.